26.06.20 Guida al Diritto – La giustizia si rimette in moto ma lascia indietro gli avvocati

Nessuno parla della riforma della nostra professione.

I tribunali riaprono il 1° luglio, gli Stati generali dell’economia e il governo si adoperano per un ordinamento giuridico “più moderno ed attraente”, il ministro della Giustizia annuncia le riforme dell’ordinamento giudiziario, del processo civile e di quello penale; gli economisti, sulle pagine di un quotidiano nazionale, propongono misure d’impatto per ridurre i tempi della giustizia civile.

Di tutto questo si discute e si discuterà nei mesi a venire, ma del futuro degli avvocati ancora nulla.

Eppure, dall’esito del dibattito sul riconoscimento del reddito di ultima istanza e delle altre misure contenute nella legislazione emergenziale del Covid-19, che ancora una volta ha evidenziato quanto siano importanti un assetto dinamico e un’organizzazione moderna della professione, sarebbe stato logico aspettarsi una reazione decisa, una presa di posizione forte e netta sulla necessità di scrivere la parola fine all’inadeguatezza della legge ordinamentale n. 247 del 2012 e sull’urgenza di calendarizzarne la riforma.

E, invece, niente.

Nemmeno il numero di coloro che hanno fatto domanda per ottenere i 600 euro di ultima istanza – soprattutto in un contesto generale oggi tutto orientato alla ripresa e al rilancio del paese e che prima dell’emergenza sanitaria registrava un leggero e costante miglioramento del dato reddituale – ha attirato l’attenzione della politica, del legislatore, degli stessi avvocati.

Certo, è stato riproposto il tema dell’Avvocato in Costituzione, ma il tema interessa più per rispondere alla crisi della magistratura e del CSM che per l’esigenza di riformare strutturalmente la professione, così come il superamento di certe ipocrisie (su tutte, quella sulla nozione europea di “professione” quale “servizio”) è servito più per assicurarsi indennità e incentivi che per abbracciare un’idea più moderna della figura dell’avvocato in una società profondamente cambiata.

Il presente ed il futuro, invece, necessitano di prospettive e di una visione della professione che tenga conto di quanto accaduto nel recente passato e che non si esaurisca nelle ricette dell’equo compenso e dei minimi tariffari.

In altre parole, la nostra professione deve essere ridisegnata con un intervento del legislatore immediato, serio, di largo respiro.

E per fare questo serve tanto coraggio, perché innanzitutto occorre affrontare argomenti delicati, scomodi, impopolari.

Guardiamo i numeri dell’avvocatura al 31.12.2019, per i redditi IRPEF riferiti al 2018: 19.800 avvocati non hanno nemmeno inviato il modello 5; 15.600 avvocati hanno dichiarato reddito zero; 58.100 avvocati hanno dichiarato redditi tra 1 e 10.300 euro; 46.673 avvocati hanno dichiarato redditi tra 10.301 e 19.828 euro;  63.062 avvocati hanno dichiarato redditi tra 19.828 e 50.050 euro; 24.669 avvocati hanno dichiarato redditi tra 50.050 e 100.200 euro; 7.717 avvocati hanno dichiarato redditi tra 100.200 e 150.000 euro; 5.189 avvocati hanno dichiarato tra 150.000 e 250.000 euro; 2.855 avvocati hanno dichiarato redditi tra 250.000 e 500.000; 1.319 avvocati hanno superato il tetto dei 500.000 euro.

Non si può più far finta di niente rispetto ai 19.800 “colleghi” che non hanno nemmeno inviato (e non inviano) il modello 5 e ai 15.600 “colleghi” che hanno dichiarato (e che dichiarano) reddito zero: è una questione che, come tante altre, va affrontata di petto e senza timori.

E anche sui 58.100 avvocati che dichiarano sino a 10.300 euro, qualche domanda dobbiamo porcela perché una riforma strutturale deve toccare anche l’aspetto previdenziale guardando alle diverse dinamiche che caratterizzano e consentono oggi l’esercizio della professione.

Il pensiero corre, ovviamente, all’avvocato dipendente da altro avvocato, alle aggregazioni, alle società di capitali, alle reti, all’innovazione tecnologica, all’autoimprenditorialità, al sistema di accesso.

Infine, perché anche questo non può più essere un argomento tabù, dobbiamo domandarci a quali rappresentanze delegare la trattazione e l’approfondimento di questi temi e quale debba essere in futuro il ruolo degli ordini forensi: i risultati degli ultimi venti anni devono pur insegnare qualcosa!

E allora, oggi più che mai occorre:

  1. disciplinare la figura dell’avvocato dipendente da altro avvocato e le collaborazioni tra un avvocato e altro avvocato (per questi ultimi, anche con un “Accordo Collettivo Nazionale Forense sulla disciplina del lavoro Autonomo”, da allegarsi al CCNL per gli studi professionali, che ne disciplini il trattamento economico, i requisiti di forma e le fattispecie ritenute di maggiore rilevanza), con garanzie minime per tutti;
  2. armonizzare tutte le norme oggi esistenti, dal punto di vista sostanziale (L. 4/2013, L. 247/12, L. 183/11) e fiscale (qualificare i redditi prodotti dalle società quali redditi di lavoro autonomo, estendere il regime forfettario alle aggregazioni), per agevolare le aggregazioni multidisciplinari professionali e il ricorso alle società (anche con socio di capitali);
  3. riconoscere rilevanza esterna alle “reti pure” tra professionisti con un adeguato sistema di pubblicità, anche presso le Camere di Commercio;
  4. riformare il sistema di accesso alla professione (università, pratica ed esame di abilitazione);
  5. introdurre un’idea di specializzazione realmente rispondente alle esigenze della società e degli avvocati e che si caratterizzi per la libertà di formazione e aggiornamento;
  6. rivedere integralmente il regime delle incompatibilità con l’esercizio della professione;
  7. incentivare i modelli di organizzazione e innovazione tecnologica degli studi;
  8. ripensare il modello previdenziale forense interrogandoci se ancora convenga mantenere quello attuale o se sia opportuno ricorrere al modello contributivo o a modelli differenti per tipologie diverse di avvocatura;
  9. ripensare l’obbligatorietà dell’iscrizione a Cassa Forense e le modalità di iscrizione all’albo e agli albi;
  10. interrogarsi sulla possibilità che possano coesistere, come avviene per esempio in Inghilterra, diverse “figure” di avvocato a seconda dell’ambito in cui la professione è esercitata;
  11. rimodulare, di conseguenza, il codice deontologico;
  12. riformare la legge ordinamentale del 31.12.2012, n. 247, intervenendo sul procedimento disciplinare, sulle modalità elettive dei componenti del Consiglio Nazionale Forense e sull’effettiva separazione tra attività amministrativa e disciplinare del CNF.

Molti di questi sono temi a noi cari e di essi si è discusso e si discute troppo poco, altri emergono per le contraddizioni non più sostenibili; inoltre, molte delle considerazioni qui espresse hanno una portata generale perché sono comuni all’intero comparto professioni del nostro paese.

La novità oggi consiste nell’impedire che la politica e il legislatore consumino l’ennesima discriminazione in danno della professione (e delle professioni), nell’urgenza di un approfondimento delle questioni scevro da pregiudizi e di un intervento normativo lungimirante che si ponga come obiettivo quello di tirar fuori la professione (e le altre professioni) dal pantano di limiti, lacci e lacciuoli che non le permettono di crescere in termini di autorevolezza, credibilità, prestazioni e redditi e di reagire efficacemente nei momenti di crisi e difficoltà.

 

Luigi Pansini – Segretario Generale ANF Associazione Nazionale Forense

L’ARTICOLO IN FORMATO PDF 2020 7 4 GUIDA_DIRITTO