Due le priorità da affrontare, arretrato e digitalizzazione del pianeta giustizia

Il passato.

A luglio sono stati pubblicati i dati al 31.3.2020 sullo stato della giustizia civile in Italia: i procedimenti complessivamente pendenti sono 3.287.116 (di cui 487.059 riguardano procedure esecutive e fallimenti) rispetto ai 3.293.960 del 31.12.2019.

Quanto all’arretrato a rischio “legge Pinto”, per la prima volta si registra un aumento delle cause ultra-triennali pendenti dinanzi ai tribunali: sono 340.804 rispetto ai 337.740 del 31.12.2019. Continuano ad aumentare quelle ultrannuali in Cassazione (80.686 rispetto ai 78.687 del 31.12.2019); leggera è la diminuzione di quelle ultra-biennali dinanzi alle corti di appello (97.852 rispetto ai 98.371 del 31.12.2019).

Alcune avvertenze e qualche ulteriore dato, sempre di fonte ministeriale: leggere la legenda di composizione delle singole voci, tener presente la distinzione tra “procedimento pendente” e “arretrato”, considerare l’incidenza sul totale delle cause seriali e di quelle in cui è coinvolta la PA, giudici di pace e tribunali assorbono quanto di loro competenza nel rispetto della “legge Pinto”, il collo di bottiglia è rappresentato dai procedimenti dinanzi alle corti d’appello e a quella di legittimità, l’arretrato in Cassazione è rappresentato per il 54% da contenzioso tributario.

Ancora: l’insoddisfacente andamento della giustizia civile non dipende dal tasso di litigiosità del paese, dal numero degli avvocati iscritti agli albi, dalla collocazione geografica degli uffici giudiziari, dalla dotazione di uomini e mezzi.

Infine, un dato più generale, utile alle analisi degli aficionados del muro del pianto sulla carenza di risorse e non solo: nel 2018, in linea con la media UE, l’Italia ha speso per i suoi tribunali 5,8 miliardi di euro (0,33% del PIL, che non si discosta dalla percentuale degli anni precedenti), composti per due terzi, analogamente a quanto avviene nei paesi europei, da stipendi per giudici, PM e operatori amministrativi che supportano la loro attività; il numero di giudici e amministrativi è di gran lunga inferiore alla media europea; giudici e PM guadagnano di più che all’estero in rapporto al salario medio nazionale.

L’Italia, quindi, impiegando personale in misura molto più ridotta rispetto a molti paesi europei, investe nella giustizia risorse finanziarie in linea con la media europea; in altre parole, la giustizia italiana non è sottofinanziata.

Questa la fotografia scattata un attimo prima del lockdown da Covid-19.

Il presente.

Superata la fase emergenziale dell’art. 83 del DL Cura Italia, la legge di conversione (n. 77/2020) del DL “Rilancio” ha introdotto salutari novità in materia di pct: è prevista l’obbligatorietà del deposito telematico degli atti introduttivi e del pagamento telematico del contributo unificato ad essi connesso per i procedimenti innanzi ai tribunali e alle corti di appello, è stata prevista la possibilità del deposito e del pagamento telematico per atti e documenti relativi ai giudizi in Cassazione.

Trattasi di disposizioni che, nonostante un’applicazione oggi prevista sino al 31 ottobre prossimo, si apprestano a diventare definitive tout court.

Il discorso si fa più delicato, invece, rispetto all’udienza cartolare e a quella da remoto, il cui svolgimento deve assicurare in ogni caso la salvaguardia del contraddittorio, l’effettiva partecipazione, la libera volontà delle parti.

La provvisorietà=definitività della misura è stata da tutti subito messa a fuoco, ma il tema è di più ampio respiro e ne investe altri: le continue riforme processuali; l’ordinamento giudiziario e il servizio pubblico “giustizia”; il diverso impegno richiesto ad avvocati, giudici e operatori di cancelleria; le loro resistenze ai cambiamenti; la trattazione scritta che elimina un’udienza superflua; quella da remoto che assicura l’effettiva partecipazione al processo; la razionale allocazione delle risorse; la mediazione e gli strumenti ADR; la necessità di una visione d’insieme e di una riflessione complessiva sulla giurisdizione.

Certo, non si nega un sorriso benevolo agli amanti del “tribunale come luogo di incontro con il collega per un caffè e per parlare della causa”, ma, quando il discorso si fa serio, a fronte di un progresso tecnologico che, come ha osservato Natalino Irti su Il Sole 24Ore, “già annuncia forme di decisione robotica e rende vana ogni predicazione”, intravedere in ogni ipotesi di cambiamento una minaccia al diritto di difesa significa restituire a noi stessa un’idea e un’immagine di avvocato e professionista “scollegato” dalla realtà e assai propenso all’autoreferenzialità.

Quella stessa autoreferenzialità, peraltro, di chi, nella magistratura, agitando i vessilli dell’autonomia e indipendenza, ancora rifiuta l’idea di un’organizzazione e di una valutazione del suo lavoro e di quello all’interno degli uffici giudiziari improntata a regole e figure manageriali.

Per quanto condivisibile l’impostazione secondo la quale la “fase 2” doveva essere gestita dai capi degli uffici giudiziari in ragione della diffusione del contagio da Covid-19 sul territorio, è ancora sotto gli occhi di tutti il caos generatosi per effetto di protocolli, rinvii, disposizioni di presidenti di sezione e di singoli giudici, smartworking, accesso ai palazzi e alle cancellerie, privacy e sicurezza dei dati.

Ma è stata la punta dell’iceberg, perché, in realtà, tutta la pubblica amministrazione giudiziaria, non solo dal punto di vista tecnologico, si è rivelata “fragile”, macchinosa, impreparata.

Il futuro.

Piani straordinari, riforme epocali, recovery fund: l’entusiasmo da “ricostruzione” post emergenza sembra alimentare, almeno nelle intenzioni, una precisa volontà di delineare linee di intervento strutturali e organiche volte a rendere la “giustizia civile” finalmente rispondente, per brevità e prevedibilità, alle esigenze sociali ed economiche del paese.

Sarà così? Lo vedremo, e non mancheranno le discussioni su sommarizzazione, doppia conforme, small claims, predittività, piante organiche, edilizia giudiziaria. C’è il rischio che ancora una volta siano ignorate le criticità che le statistiche, da un lato, e la gestione della “fase 2”, dall’altro, hanno confermato essere croniche? Il rischio esiste, ma continuare a far finta di niente è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Le priorità.

Definizione dell’“arretrato” (di 340.804 procedimenti) e completa digitalizzazione del processo innanzi ai giudici di pace e alla corte di cassazione sono i due obiettivi da perseguire nell’immediato e con le risorse a disposizione.

Per il primo occorrono criteri nuovi e tempi certi (l’ufficio del processo è un fallimento, non servono ritocchi al codice di rito, i dubbi sui giudici onorari sono tanti), fissati anche normativamente, e un’impostazione manageriale: è fondamentale non generare ulteriore “arretrato” con la trattazione del contenzioso quotidiano in entrata.

Per il secondo non si può prescindere dalla contestuale digitalizzazione di tutta la pubblica amministrazione giudiziaria e dall’implementazione delle dotazioni tecnologiche, della formazione e dell’assistenza.

Non c’è più tempo da perdere; presentarsi all’appuntamento delle riforme senza zavorre e con una “macchina giustizia” organizzata tecnologicamente e nella gestione del lavoro è conditio sine qua non per delineare, senza troppi voli pindarici, un processo civile “breve e prevedibile”.

(di Luigi Pansini, Segretario Generale ANF, Guida al Diritto, 36/2020)

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