17.02.22 Il Dubbio – Referendum: passa la giustizia cannabis in fumo

Stop sulla cannabis, via libera a 5 quesiti su toghe e giustizia Amato: «Respingo le accuse per il no sul fine vita». Sì della Corte anche sul diritto degli avvocati a votare le promozioni dei giudici VALENTINA STELLA Il quadro non è molto confortante per la mobilitazione popolare: bocciando i quesiti su omicidio del consenziente, cannabis e responsabilità diretta dei magistrati, di fatto la Corte costituzionale ha creato uno scenario per il quale sarà difficilissimo raggiungere il quorum in primavera. L’unica speranza potrebbe arrivare dall’abbinamento del voto referendario con le Amministrative 2022. Inoltre, il solo vincitore politico è Matteo Salvini. Andrà verificato se il leader leghista eviterà di abbandonare i compagni di viaggio del Partito radicale nella sua campagna. Ma facciamo un passo indietro e vediamo cosa è successo ieri. Le decisioni della Corte. I quindici giudici della Corte costituzionale si sono riuniti per esaminare gli altri sette referendum (cannabis e pacchetto ‘giustizia giusta’), avendo martedì già giudicato inammisibile quello chiamato dai promotori ‘Eutanasia Legale’. Nel primissimo pomeriggio, attraverso un comunicato stampa della Corte, è stato reso noto che i quesiti su legge Severino, abuso della custodia cautelare, separazione delle funzioni dei magistrati e eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati al Csm sono stati ritenuti ammissibili «perché le rispettive richieste non rientrano in alcuna delle ipotesi per le quali l’ordinamento costituzionale esclude il ricorso all’istituto referendario». Poi, durante la conferenza stampa convocata alle 18 presso la sede della Consulta, il presidente Giuliano Amato ha illustrato l’esito degli altri referendum: «Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum che è sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis» e anche quello sulla responsabilità diretta dei magistrati in quanto «essendo fondamentalmente sempre stata la regola per i magistrati quella della responsabilità indiretta, l’introduzione della responsabilità diretta rende il referendum più che abrogativo», anzi «innovativo». Ha superato il vaglio invece quello sul diritto di voto dei laici – avvocati e professori – nei Consigli giudiziari. Durante l’incontro con i giornalisti, Amato è tornato sul quesito relativo al fine vita: «Sentire che chi ha preso la decisione che abbiamo preso noi ieri (martedì, ndr) non sa cosa sia la sofferenza, mi ha ferito, ha ferito ingiustamente tutti noi. La parola eutanasia è stato usata in modo fuorviante. Il referendum non era sull’eutanasia, ma sull’omicidio del consenziente». Ha poi spiegato che «il quesito apriva all’immunità penale per chiunque uccidesse qualcuno col consenso di quel qualcun altro». Le reazioni dei comitati promotori. Sul fronte giustizia, Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito radicale, hanno dichiarato: «Sarà una primavera di liberazione, se gli organi di informazione, a cominciare da quelli del servizio pubblico, non continueranno nella scellerata campagna di evitare dibattiti veri. Se i cittadini saranno informati, da noi e da chi è contrario alla riforma radicale della giustizia, siamo certi che conquisteremo questa riforma». Entusiasta il leader della Lega Matteo Salvini: «Con cinque referendum ammessi su sei, che sono in mano ai cittadini, è una vittoria clamorosa. Oggi (ieri, ndr) è una bellissima giornata per la democrazia e l’Italia. Dopo 30 anni da Tangentopoli ora gli italiani possono di nuovo fare una rivoluzione pacifica». Il costituzionalista Giovanni Guzzetta, difensore con il collega Mario Bertolissi dei sei quesiti sulla giustizia, si è detto «molto soddisfatto perché sappiamo quanto sia rigoroso il giudizio della Corte. Il fatto che ne siano passati 5 su 6 significa che è stato fatto un buon lavoro». Tanta delusione dagli altri comitati. «Le motivazioni addotte dal presidente Amato e le modalità scelte per la comunicazione sono intollerabili», ha criticato invece aspramente Marco Perduca, presidente del comitato cannabis. Mentre Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha parlato di «decisione politica della Corte». Le reazioni politiche. Secondo Pierantonio Zanettin, deputato e capogruppo di FI in commissione Giustizia a Montecitorio, «la decisione della Corte di ammettere i referendum sulla giustizia è un’ottima notizia per i cittadini. Il populismo giudiziario ha cessato di generare i suoi effetti dannosi ed è maturo il tempo per una storica riforma della giustizia, in senso garantista». Mentre il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, ha precisato: «Abbiamo sempre sostenuto che le leggi si fanno in Parlamento, ma che di fronte all’inerzia delle Camere e dell’esecutivo sui temi rilevanti oggetto dei quesiti, sostenere i referendum sarebbe inevitabile». Dal fronte Pd si sbilancia il senatore Andrea Marcucci: « È una bella sveglia. I temi oggetto dei referendum sono molto importanti per riorganizzare un sistema della giustizia giusta, che serve come non mai in Italia. Mi auguro ci pensi il Parlamento, altrimenti la parola passerà ai cittadini». Critico invece Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione alla Camera: «Che dire? Prendiamo atto. Su Severino e misure cautelari si interviene con accetta». Raffaella Paita, deputata di Italia Viva: «Bene la pronuncia della Corte costituzionale che ha concesso 5 dei quesiti referendari sulla giustizia. A luglio avevo firmato convintamente i referendum promossi dai radicali perché condivido in pieno questa battaglia di civiltà». Giorgia Meloni invece esulta per la bocciatura del quesito sulla cannabis: «È una vittoria». Infine il leader del M5S, Giuseppe Conte, « Prendiamo atto delle valutazioni della Corte costituzionale che ha ammesso 5 referendum sulla giustizia. Il Movimento ha già avuto un confronto ampio e ne è emersa una valutazione: i quesiti referendari sulla giustizia offrono una visione parziale e sicuramente sono inidonei a migliorare il servizio e a renderlo più efficiente e più equo». Le altre reazioni. Il presidente dell’Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza prende atto che «i tre referendum più popolari sui temi che più avrebbero interessato l’opinione pubblica sono stati dichiarati inammissibili, per cui complessivamente la vicenda referendaria, che comunque è da salutare come un fatto positivo, assume decisamente un peso marginale». Mentre l’ex procuratore di Torino Armando Spataro non usa giri di parole: «Alla luce della decisione della Consulta che, con mia sorpresa, ha oggi dichiarato ammissibili i referendum sulla giustizia, occorre un forte impegno a favore del ‘no’ alla loro approvazione, in modo particolare sulla separazionedelle carriere». Soddisfatto invece Antonio Decaro, presidente Anci, per l’ammissibilità del quesito che chiede di abolire la legge Severino: «Sono contento che il referendum sia passato, così anche i cittadini potranno esprimere la propria opinione. Sulla legge Severino noi sindaci abbiamo chiesto da sempre una modifica perché ci ritroviamo, unica figura istituzionale, ad essere sospesi per 18 mesi senza una condanna definitiva». Parla di «quesiti difettosi» anche Nello Rossi, direttore della rivista di “Md”, Questione giustizia. In particolare sul referendum relativo alla separazione delle funzioni, l’ex pm sostiene che si tratti di «un vero e proprio rompicapo, complicato da decifrare anche per gli addetti ai lavori. Un quesito lungo due pagine e norme di cinque leggi diverse da abrogare parzialmente. Difficile dire che ai cittadini si stia rivolgendo una domanda chiara cui poter rispondere con un sì o con un no». Il segretario generale dell’Associazione nazionale forense Giampaolo Di Marco commenta: «Bene l’approvazione da parte della Consulta dei quesiti referendari sulla giustizia», tuttavia alcuni dei quelli dichiarati ammissibili, aggiunge, «mal si prestano a dar luogo a normative adeguate e condivisibili». In tarda serata arriva il commento del segretario dell’Anm Salvatore Casciaro: «Il responso della Consulta circoscrive, anche nel settore giustizia, la portata della consultazione referendaria. È la riprova di come alcuni temi, con risvolti prettamente tecnici e con delicate e complesse implicazioni valoriali, richiedano una risposta della politica che è chiamata, in questa fase di intense trasformazioni del Paese, a un’assunzione diretta di responsabilità nell’azione riformatrice».