25.09.20 Domani – Al processo sulla Popolare di Bari va in scena lo sfascio della giustizia

La popolare di Bari è nata come banca diffusa sul territorio, costruita sui soldi dei piccoli correntisti. Dalla sua fondazione nel 1960 ha raccolto pensioni, stipendi e risparmi e ampliato la platea dei soci fino ad arrivare a circa 70mila persone. Un esercito di piccoli azionisti che ha visto progressivamente ridurre il valore dei loro titoli e che, nel dicembre 2019 quando la banca è stata commissariata, è diventato parte lesa di un crack da 1,4 miliardi di euro. La banca è stata salvata, è tutt’ora commissariata e sono in corso i processi penali e civili per accertare le responsabilità di Marco e Gianluca Jacobini, ex presidente ed ex condirettore, accusati di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. A Bari però svolgere processi è più difficile che nel resto d’Italia, perché la città pugliese è privo di un palazzo di giustizia stabile da due anni e mezzo. Nel 2018, l’edificio che ospitava gli uffici giudiziari è stato dichiarato inagibile e a rischio crollo e per questo è stato sottoposto a sequestro dalla stessa procura della repubblica che lavorava al suo interno. Dopo un periodo di emergenza in cui le udienze penali e il lavoro di cancelleria si svolgevano in tende della protezione civile allestite nel piazzale antistante, da quasi due anni le aule di giustizia sono state ricavate in edifici sparsi ovunque: nei paesi di Modugno e Bitonto, nell’hinterland cittadino; nell’aula bunker di Trani e in un palazzo ex sede della Telecom. Altri uffici sono stati riportati nell’edificio dichiarato pericolante, perché la procura che indaga, nonostante l’assenza di sicurezza certificata, ha concesso la facoltà d’uso. «La situazione è drammatica: è uno spezzatino in cui la giustizia viene esercitata in otto luoghi diversi e in edifici fatiscenti e non adatti», ha detto il presidente dell’ordine degli avvocati di Bari, Giovanni Stefanì. La situazione, inoltre, si è aggravata a causa dell’emergenza Covid-19. «Operiamo in edifici non pensati per essere dei tribunali, in cui le aule d’udienza sono in realtà salette piccole e inadeguate, a maggior ragione ora che la pandemia ha imposto distanze e misure di sicurezza. Il Covid ha portato all’ennesima potenza la crisi». La carica dei 200 avvocati In questo contesto, in cui gestire il carico di lavoro ordinario è complesso e avvocati e giudici sono costretti a girare tra uffici anche molto distanti tra loro, inizia il processo popBari. Che porta con sé un’ulteriore difficoltà: l’altissimo numero di parti lese, dunque di avvocati a cui trovare posto in aula. Ora il processo penale è ancora in fase preliminare, ma il primo intoppo è arrivato già con l’udienza per la costituzione delle parti civili. Il codice di procedura penale, infatti, prevede che la costituzione debba essere fatta necessariamente in udienza, di persona dall’avvocato della parte civile. Nel caso della popBari, da oltre duecento avvocati che rappresentano i cinquecento azionisti che hanno deciso di costituirsi. La data fissata era quella del 16 luglio, ma il giudice è stato costretto a rinviarla a causa dell’assembramento fuori dall’aula. Ieri, oggi e domani va in scena il secondo tentativo: il collegio giudicante e gli avvocati si sono accordati per dilazionare l’udienza in tre giorni, dividendo in ordine alfabetico le costituzioni e permettere che tutto avvenga nel rispetto delle norme anti-Covid. «Tutto si è svolto in modo perfetto e ben organizzato, nel rispetto delle prescrizioni», ha detto l’avvocato Antonio Amendola, che ieri si è messo in fila insieme ai colleghi con il cognome che iniziava con la lettera A. Però la tecnica ingegnosa del diluire in più giorni le udienze può essere utilizzata solo in questa fase. Quando si svolgeranno le udienze di discussione, tutti dovranno essere messi nella condizione di assistere e intervenire in difesa dei loro assistiti. Altrimenti il processo non potrà che essere rinviato fino a quando non si troverà un’aula idonea. «Ad oggi un luogo non esiste. Quindi, se vogliamo che questo processo si celebri, l’unica soluzione è l’autoregolamentazione tra avvocati delle parti civili», dice Antonio Pinto, avvocato di Confconsumatori Puglia. I legali creeranno un meccanismo di rotazione per cui a ogni udienza si presenterà solo un gruppo ristretto di avvocati, con la delega alla sostituzione di quelli assenti. Un’ipotesi sul tavolo è l’affitto dei locali della fiera del Levante, che ha spazi abbastanza grandi da essere a norma con le prescrizioni Covid-19 e ospitare la carica delle moltissime parti civili costituite. Se ne sta occupando la Conferenza permanente che riunisce i vertici della giustizia barese. «Nella scorsa seduta abbiamo lanciato un grido di allarme a tutte le istituzioni perché intervengano in nostro aiuto», ha detto il presidente Stefanì. Il sindaco di Bari, Antonio Decaro, si è messo a disposizione per convincere l’ente fiera, ma per ora la situazione rimane sospesa. I fondi del Recovery I numeri del processo popBari sono un caso eccezionale, che però riporta al centro il problema degli spazi di giustizia a Bari. Poco dopo il suo insediamento nel 2018, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede era andato personalmente a Bari, promettendo di far uscire la giustizia dalle tende e di farsi carico del problema del tribunale. Da quel momento le tende sono state smontate, ma i locali sono stati sparpagliati per la città e una soluzione stabile è ancora lontana. Esiste un protocollo d’intesa firmato da ministero, comune, Agenzia del demanio e provveditorato per realizzare il polo della giustizia in una grande area detta “delle ex Casermette”, ma il progetto è fermo alla fase di valutazione di Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti guidata Domenico Arcuri. Ora, però, i fondi destinati alla giustizia nel Recovery fund fanno ben sperare la giustizia pugliese, che ha ascoltato con attenzione l’audizione alla Camera del ministro Bonafede, in cui ha indicato l’edilizia giudiziaria tra le priorità. «Non servono soluzioni provvisorie, il problema va risolto: il ministro dia impulso a un progetto che è già pronto, con un procedimento amministrativo avviato», dice Manuel Virgintino, consigliere barese del Consiglio nazionale forense. «Se questo non avverrà, nonostante i fondi a disposizione con il Recovery fund, significa una cosa sola: che manca la volontà politica». Il presidente dell’Associazione nazionale forense, Luigi Pansini, è regolarmente presente ai tavoli del ministero: «Carta canta e per ora non ci sono informazioni dettagliate. Siamo fermi al protocollo, altro non risulta». Se la giustizia barese perdesse anche i fondi del Recovery, sarebbe una seconda maledizione: già negli Novanta, con la dismissione del vecchio palazzo di giustizia, erano stati ottenuti i finanziamenti per un nuovo palagiustizia che però non fu mai realizzato per problemi urbanistici e i fondi vennero persi.

domani_pdf