In percentuale, uomini (52,36%) e donne (47,64%) sono quasi alla pari e 234.747 sono gli iscritti nell’albo ordinario (con esclusione quindi degli avvocati degli enti pubblici, dei dipendenti stabiliti e dei professori universitari).
Strappo generazionale
«L’età media dei professionisti attivi è salita- osserva Luigi Pansini, segretario generale dell’Associazione nazionale forense -. Il tasso di crescita con cui i giovani entrano nel mondo delle professioni ordinistiche è rimasto largamente positivo, non c’è soltanto il classico lavoro che conosciamo, ma molte nuove specializzazioni sono richieste dal mercato. I numeri dell’avvocatura, però, non devono spaventare. Vanno letti e decodificati, sforzandosi di immaginare se e come l’evoluzione della professione sia in grado di assorbirli e di soddisfarne le aspettative senza particolari traumi».
Secondo la Cassa forense in cinque anni, il numero degli avvocati, sia pure in percentuali minori rispetto al passato, è aumentato ma a scendere vertiginosamente sono stati gli incassi. Il reddito medio degli avvocati per il 2016 è stato pari a 38.437 euro ma il punto è che 14.604 hanno dichiarato reddito zero e 20.423 non hanno inviato alcuna comunicazione sui redditi.
«Sono dati allarmanti – afferma Pansini – ma preoccupa anche il loro uso strumentale e la tendenza a dimenticare che la legge professionale del 2012 ha tra i suoi obiettivi quello di favorire l’ingresso alla professione e l’accesso alla stessa, in particolare alle giovani generazioni, basato sulla valorizzazione del merito».
L’ingresso
Un tema particolarmente caldo, al punto che il sindacato avvocati di Bari, aderente all’Associazione nazionale forense, ha impugnato al Tar il decreto del ministero della Giustizia sui corsi obbligatori ai fini della pratica forense. L’iniziativa del sindacato segue quella già intrapresa per il regolamento sulla scuola per accedere al titolo di avvocato cassazionista, tuttora sub iudice dinanzi al Tar, che present, secondo i ricorrenti, le stesse accuse di illegittimità del regolamento sulle scuole forensi obbligatorie. «Un provvedimento passato inosservato, che si rivela molto delicato perché introduce l’idea del numero chiuso per l’accesso alla professione, non prevista dalla legge professionale forense del 2012. – ricorda Pansini -. Si consegna agli ordini circondariali un’assoluta discrezionalità sul riconoscimento dei soggetti terzi che possono organizzare attività formative e si limita la libertà di formazione dei tirocinanti». Il punto è che il tirocinio e la frequenza obbligatoria dei corsi di formazioni non sono semplici da conciliare. « Sicuramente, su questi temi i nostri interlocutori non sono gli avvocati dei grandi studi legali – avverte il presidente di Anf – quelli che hanno una loro formazione e specializzazione, si dotano di budget ad hoc per l’innovazione e l’organizzazione del lavoro, sono già pronti per affrontare i prossimi venti anni di professione. Al loro estremo opposto, ci sono i sans papier, quelli che rivendicano orgogliosamente l’idea di un’avvocatura proletarizzata, da assimilare al lavoratore dipendente e alla quale riconoscere una retribuzione rispettosa. I nostri interlocutori sono i colleghi che esercitano nella “terra di mezzo”, tra i due estremi opposti. A loro è dedicato il nostro impegno, la nostra idea di professione».
Isidoro Trovato



