Cartabia nel pantano. Riforma della giustizia messa in ghiacciaia

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Emergenza carceri, ispettori sguinzagliati sui casi giudiziari del momento (Eni-Nigeria e funivia del Mottarone), ma il dossier principale sul tavolo del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, slitta a data da destinarsi. I tempi dell’iter per la discussione della riforma del processo penale, al cui interno scotta soprattutto il tema prescrizione, si allungano. Riassunto delle puntate precedenti: venerdì 4 giugno il Guardasigilli ha incontrato i rappresentanti della maggioranza. Sul tappeto, le due riforme “chiave” del governo Draghi: processo penale e Consiglio superiore della magistratura. In quell’occasione, rivela il capogruppo del M5S in commissione Giustizia, Eugenio Saitta, il Guardasigilli annunciò che avrebbe presentato gli emendamenti dell’esecutivo «in una riunione di maggioranza, ma a oggi non c’è una data». RISCHIO IMBOSCATE «Inevitabile», ribatte Enrico Costa, deputato di Azione, secondo cui gran parte delle responsabilità dello stallo sarebbero proprio dei pentastellati. «Tra le cause del ritardo è probabile che ci siano le resistenze del M5S, che non accetta di cancellare lo stop alla prescrizione», ha scritto in un tweet l’ex ministro. Così la tabella di marcia si è allungata. «Si sta ancora lavorando per trovare una sintesi», hanno confermato fonti governative citate dal Fatto Quotidiano . La riforma sarebbe dovuta approdare a Montecitorio, in Aula, il 28 giugno. Ma la circostanza che gli emendamenti del governo ancora non abbiano visto la luce è indicativa. Una volta presentate, infatti, le proposte di modifica del Guardasigilli devono comunque affrontare il dibattito in commissione Giustizia, dove i gruppi possono presentare i loro sub-emendamenti. Da qui la previsione: per assistere al primo voto in Aula, bisognerà aspettare almeno metà luglio, se non addirittura l’estate. Al palo anche la riforma del processo civile al Senato. Una versione più maliziosa chiama in causa direttamente il ministro Cartabia e tira in ballo nientemeno che la corsa per il Quirinale. In sintesi: visto che l’ex presidente della Corte costituzionale è uno dei nomi caldi per succedere a Sergio Mattarella, e vista la necessità di non inimicarsi il sostegno dei grandi elettori del M5S, che nonostante le defezioni restano il gruppo parlamentare più numeroso (237 tra deputati e senatori, cui andranno aggiunti i delegati regionali), ecco la decisione di non accelerare troppo. E, piuttosto, di cercare fino allo sfinimento un accordo che soddisfi anche i grillini, così da evitare brutte sorprese in Aula. «Il cantiere è aperto», conferma il grillino Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia. GLI ACCERTAMENTI Nel frattempo Cartabia volge lo sguardo altrove. Alle carceri, ad esempio. Ieri, intervenendo alla cerimonia per i 204 anni della fondazione della Polizia penitenziaria, il Guardasigilli ha lanciato un nuovo allarme sul sovraffollamento nelle prigioni: «Torna a destare grave preoccupazione. Occorrono interventi strutturali». A fine maggio erano presenti 53.660 ristretti a fronte di una capienza regolamentare di 50.780 posti. Poi ci sono i casi delle inchieste su “Eni-Nigeria” e sul disastro della funivia del Mottarone. Due vicende sulle quali il ministro della Giustizia ha deciso di esercitare i suoi poteri ispettivi. La prima inchiesta amministrativa riguarda il comportamento tenuto dal procuratore aggiunto di Milano, Fabio De Pasquale, e dal pm Sergio Spadaro, indagati dalla procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio in relazione al processo sulla presunta tangente pagata dall’Eni alla Nigeria. Nella sentenza di assoluzione dei 15 imputati, il giudice ha bollato come «incomprensibile la scelta del Pm di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che reca straordinari elementi a favore degli imputati». Quanto al disastro della funivia, via Arenula vuole vederci chiaro sul passaggio del fascicolo dal gip Donatella Banci Buonamici – che aveva disposto la scarcerazione degli indagati – ad altro giudice.