Csm, spazio agli avvocati

Il Dubbio – Tanto tuonò che piovve davvero. Ieri la riforma del Csm è finalmente arrivata in “preconsiglio dei ministri”, domani sarà discussa nel Consiglio vero e proprio. Ci ha messo quasi un anno. Va calcolato anche il primo tempo della pellicola, montato quando la controparte di Bonafede era ancora Salvini, cioè nell’estate del 2019. Dopo altri lunghi mesi di trattative, ieri si è cominciato a discutere. Con i tecnici del Dagl (inquietante sigla che indica il legislativo di Palazzo Chigi) a confronto con i colleghi di via Arenula. Ma il testo non è destinato, nel breve, a modifiche clamorose.  Al punto che, come fa notare un parlamentare del Pd che ha seguito da vicino il dossier, «si è lasciato ai tecnici l’onere di verificare qualche dettaglio, come probabilmente avverrà sulle preclusioni imposte ai magistrati fuori ruolo per l’accesso in Cassazione, ma visto che non restano in sospeso aspetti politicamente rilevanti, non abbiamo neppure dovuto prevedere un ultimo vertice di maggioranza». In sostanza la riforma è un atto di tregua. Accolto con soddisfazione dai due principali azionisti dell’Esecutivo: secondo il neoletto presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni, dei 5 Stelle, il testo è un «punto avanzatissimo» nel «piano» che prevede anche la riforma penale. Lo pensano anche i dem Walter Verini, Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli, che proprio nel ddl sul processo confidano anche per risolvere «il tema della prescrizione». Di misure severe con i magistrati ce ne sono. A cominciare dal divieto di formare in plenum gruppi legati alle correnti fino alle preclusioni imposte a togati uscenti e fuori ruolo nell’ammissione agli incarichi direttivi, oltre che per il rientro (impossibile) in magistratura dopo un mandato parlamentare. Su uno snodo chiave il derby Pd-5 Stelle va al riposo in situazione di parità: i dem hanno ottenuto l’archiviazione dell’ipotesi sorteggio, respinta perché incostituzionale. Bonafede è riuscito però a introdurne una forma surrogata: preso atto che i togati saranno eletti in 19 collegi con uninominale a doppio turno, si stabilisce che in ciascun collegio non possano esserci meno di 10 candidati, e che se i candidati “spontanei” sono meno di 10, gli altri vengono appunto sorteggiati. Il Pd considera marginale il dettaglio. E ricorda che «in Parlamento dovrà esserci un confronto vero e aperto alle forze politiche e a tutte le componenti della giurisdizione». Ma intanto non si può sottovalutare che le correnti dei magistrati sono 4, non 10. Se vorranno evitare che, tra gli aspiranti consiglieri, entrino in ballo pericolosi outsider, dovranno ricorrere a candidati “gregari” schierati al solo fine di impedire la selezione random dei “senza tessera”. Si scatenerebbe la rivolta dentro e fuori l’ordine giudiziario. Il colpo alla rappresentatività delle correnti è dunque, con un sistema simile, non insignificante. Tra le poche sciabolate che le toghe sono riuscite a sventare c’è il voto di avvocati e accademici sulle valutazioni di professionalità dei magistrati: nei Consigli giudiziari, le articolazioni territoriali dell’autogoverno, i “laici” continueranno a non potersi pronunciare. Però almeno potranno assistere: viene sancito il cosiddetto diritto di tribuna. Così come è confermata una modifica chiesta dal Pd dopo che l’Anm aveva ottenuto il dietrofront sul “voto”: all’atto di verificare l’operato di un procuratore capo o di un presidente di Tribunale dopo i primi quattro anni, il Csm dovrà acquisire il parere del GIUSTIZIA Consiglio dell’Ordine forense. E un dettaglio in apparenza microscopico segnala ancora meglio lo sforzo di riconoscere un maggiore rilievo all’avvocatura: in vista dei pareri sulle valutazioni di professionalità, il Csm dovrà avere la premura di inviare al Consiglio dell’Ordine forense l’elenco dei magistrati di quel distretto che l’anno successivo saranno sottoposti alle valutazioni di professionalità (nella carriera di giudici e pm sono 7 in tutto), in modo che l’avvocatura possa prestare particolare attenzione alle «condotte di esercizio non indipendente della funzione e ai comportamenti che denotino evidente mancanza di equilibrio o di preparazione giuridica», come recita la riforma del 2006. Ancora, il testo contiene l’opzione prefigurata al Dubbio dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis: la possibilità che anche avvocati (con almeno 10 anni di esercizio della professione) e accademici facciano parte dell’ufficio Studi e documentazione di Palazzo dei Marescialli. Come previsto dal testo attuale al primo comma dell’articolo 25, il Csm può assegnare ai ruoli tecnici «un numero non superiore a otto addetti esterni, individuati mediante procedura selettiva con prova scritta aperta ai professori universitari di ruolo di prima e di seconda fascia, agli avvocati iscritti da almeno dieci anni nel relativo albo e a tutti i magistrati ordinari, i quali sono posti fuori del ruolo organico della magistratura». Anche qui un passo tutt’altro che irrilevante visto che, come spiega Giorgis, i cosiddetti “magistrati-segretari” (oggi gli unici a comporre quegli uffici) compilano i fascicoli in base ai quali i consiglieri superiori decidono a chi affidare incarichi direttivi e semidirettivi. Il resto è noto. Dal divieto di eleggere laici (avvocati compresi) che siano, o siano stati negli ultimi due anni, «componenti del governo», all’innalzamento del numero dei consiglieri superiori dagli attuali 26 a 30 (con 20 togati di cui 19 eletti e uno solo “di diritto”, giacché il pg di Cassazione non lo sarà più), in modo da rendere praticabile l’esclusione dalle altre commissioni di chi è destinato alla sezione disciplinare. Chi giudica non nomina: il principio dovrebbe finalmente essere rispettato.