Equo compenso, corsa frenata

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La commissione Bilancio della Camera «sgonfia le ruote» al restyling della disciplina sull’equo compenso (3179): per scongiurare l’impennata dei costi, bisognerebbe espungere l’estensione della norma, «prevista per le convenzioni stipulate con imprese bancarie, assicurative e con imprese diverse da quelle piccole medie, anche alle convenzioni stipulate con società veicolo di cartolarizzazione, nonché con le loro controllate e mandatarie». E, al tempo stesso, sforbiciare il riferimento oltre che «alle società disciplinate dal testo unico in materia di società a partecipazione pubblica», agli agenti della riscossione, foriero di «oneri estremamente gravosi per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, a causa di un maggiore esborso, a titolo di spese per la rappresentanza e la difesa in giudizio, quantificato in 150 milioni annui». Il provvedimento, a prima firma della leader di FdI Giorgia Meloni (al quale sono state abbinante le proposte di legge dei deputati della Lega e di Fi Jacopo Morrone e Andrea Mandelli), era pronto, nel pomeriggio di ieri, ad esser votato dall’Aula di Montecitorio, quando è giunta la notizia del parere negativo della V commissione che, «preso atto della relazione tecnica trasmessa dal governo», metteva in risalto la necessità di eliminare quanto previsto dall’articolo 2, comma 1 in merito alle società «veicolo di cartolarizzazione» e loro mandatarie, visto che l’estensione della norma sulla giusta remunerazione dei professionisti «implicherebbe un aumento dei costi dei servizi legali necessari al recupero del credito nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione»; il pericolo, poi, per operazioni già coperte dalla garanzia sulle cartolarizzazioni, è che si genererebbero «maggiori costi rispetto a quelli previsti nei «business plan» valutati dalle agenzie di «rating», riducendo «le risorse disponibili per remunerare i portatori di titoli «senior», incrementando in tal modo i rischi di esclusione della garanzia dello Stato». Inoltre, occorrerebbe «riformulare» l’articolo 11, per evitare che l’applicazione dell’equo compenso alle convenzioni in corso, sottoscritte prima della data di entrata in vigore del testo, determini maggiori oneri, rispetto alla legislazione vigente. Nelle prossime ore si saprà se lo «stallo» verrà superato, con modifiche che permetterebbero al testo di tornare in Assemblea. Nel frattempo, il presidente di Confprofessioni Gaetano Stella critica l’introduzione nel provvedimento di «nuovi obblighi e nuove sanzioni» per i professionisti, «senza alcun onere a carico dell’impresa e della Pubblica amministrazione che non rispettano l’equo compenso». E sul conferimento agli Ordini del compito di aggiornare i parametri di riferimento delle prestazioni e di stipulare modelli standard di convenzioni si chiede «che fine abbia fatto il principio di libera pattuizione tra professionista e cliente», aggiungendo perplessità sulla possibilità di avviare una «class action».