Il carcere provvisorio dei boss

La Repubblica – Sarà anche un pasticcio provocato da un ministro della Giustizia pasticcione ma visto da un altro punto di vista (quello dei mafiosi) si è rivelata davvero una sorpresa molto gradevole.
È un inatteso regalo e insieme uno spaventoso ritorno al passato che neanche gli amici degli amici – che una volta quelli là avevano in abbondanza in Parlamento e anche in qualche alto ufficio giudiziario – avrebbero potuto mai assicurare con tanta generosità. Della “guerra dei numeri”, sui riportati in carcere reali e su quelli solo virtuali parleremo dopo, intanto prendiamo atto della libertà riconquistata da molti di loro.
Sono ancora a casa, sul loro territorio, condannati per la giustizia italiana ma fuori per un’interpretazione o una forzata applicazione delle leggi da parte dei giudici di sorveglianza. Quei boss e quei mezzi boss sono in queste ore tranquillamente e spavaldamente nelle loro abitazioni “ai domiciliari”, nei quartieri dove hanno sempre comandato davanti alle loro vittime, dove possono esibire il loro potere come prima e più di prima.
Questa storia dei boss e dei mezzi boss che sono usciti dalle carceri con quell’ambiguissima circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria della primavera scorsa, non è solo una questione di codici o di cavilli che esorcizzano i fatti. È qualcosa che rimette in gioco tutto quello che da molto tempo era svanito per la popolazione mafiosa. Una certezza che aveva accompagnato la vita dei mafiosi era: il carcere è sempre provvisorio. Nonostante le condanne, nonostante le sentenze pronunciate dai tribunali e dalle corti di assise, le pene definitive per i mafiosi non esistono e non esisteranno mai. È questo il segnale devastante che è arrivato dal pastrocchio generato fra il Dap (il Dipartimento dell’amministrazione giudiziaria) e il ministero della Giustizia guidato da Alfonso Bonafede con quella circolare al tempo del lockdown.
Sarà stata una “svista”, sarà stata una cattiva decodificazione della norme, sarà stata la paura del Covid e dei contagi che potevano diffondersi dietro le sbarre, ma per esempio oggi Pino Sansone (uno dei mafiosi palermitani che appartiene alla famiglia che nascondeva Totò Riina nella villa di proprietà del suo clan in via Bernini) è “detenuto” nel suo quartiere dell’Uditore come prima dell’indagine a suo carico e come prima dell’arresto.
La legge è legge ma i mafiosi sono mafiosi. Abituati a sfruttare ogni incoerenza e ogni “contraddizione” legislativa e inserirsi in ogni spazio di garantismo che viene offerto loro dallo Stato.
Era da anni, da moltissimi anni, che i boss delle mafie italiane non beneficiavano degli “sconti” di pena governativi o elargiti magari degli stessi giudici. Dai tempi del maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quando Sua Eccellenza Corrado Carnevale, presidente della prima sezione della Suprema Corte di Cassazione – lo chiamavano “l’Ammazzasentenze” – nel 1991 riuscì a ridare la libertà a quarantatré imputati (alcuni come Michele Greco erano ai vertici della Cupola) per la scadenza dei termini di custodia cautelare. Allora ci fu un decreto governativo che rispedì i boss all’Ucciardone – i boss lo definirono “il mandato di cattura del governo” – ma quasi trent’anni dopo tutto sembra capovolto e i boss e i mezzi boss stanno inaspettatamente recuperando il terreno perduto riappropriandosi del loro status di boss e di mezzi boss nelle loro borgate.
A giugno il nuovo direttore dell’amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia avevano provato a “sospendere” quella circolare primaverile, che tanto scandalo aveva sollevato sui mafiosi che avevano trovato aperte le porte delle prigioni. Oggi però torna il giallo dei numeri.
Se il 14 maggio scorso il ministro Alfonso Bonafede aveva deposto in commissione giustizia della Camera che «erano 498» i detenuti «non più ristretti negli istituti penitenziari», di cui 494 rinchiusi nei bracci dell’alta sicurezza e quattro al 41 bis, si scopre in queste ore che di quei 498 ancora in 112 non sono rientrati e due di questi erano al 41 bis.
Cento e passa “galantuomini” che in questo momento possono fare liberamente quello che hanno sempre fatto: i mafiosi.