Laureati in tribunale per rendere più digitale l’attività degli uffici

Il Sole 24 Ore – 

Un mix di innovazioni tecnologiche e organizzative e la ricerca sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale per facilitare la trasformazione digitale della giustizia. È il cuore di ER4Justice, progetto della Regione Emilia-Romagna, coordinato dalla Fondazione Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) e realizzato con la partecipazione di cinque atenei (Bologna, Ferrara, Cattolica sede di Piacenza, Modena e Reggio Emilia, Parma) e 19 sedi giudiziarie. Una collaborazione che ha dato risultati: le esperienze più significative saranno presentate oggi a Bologna durante il convegno «Innovativa, semplice, digitale: una giustizia connessa ai cittadini».

Il progetto, partito due anni fa raccogliendo l’eredità del precedente Justice-ER, si è sviluppato lungo due linee d’azione. La prima, diretta a sostenere la digitalizzazione e il recupero di efficienza del sistema giustizia, si è svolta sul campo, portando negli uffici giudiziari 35 giovani laureati delle università dell’Emilia-Romagna, destinatari di altrettante borse di studio. Il secondo filone di ricerca è stato portato avanti in laboratorio, presso il Centro interdipartimentale Alma Mater Research Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, per supportare il lavoro negli uffici giudiziari e intercettare fenomeni sul territorio, per dare al decisore politico la possibilità di intervenire.

Un impianto articolato, quindi, con l’obiettivo, spiega Paolo Calvano, assessore al Bilancio della Regione Emilia-Romagna, di «favorire la messa in efficienza del sistema giudiziario della nostra regione, aumentando i diritti dei cittadini e favorendo la competitività del territorio, per una giustizia valida e rapida per le imprese».

Il lavoro negli uffici giudiziari

Se la digitalizzazione della giustizia civile, grazie al processo civile telematico, è una realtà, nel settore penale sta invece muovendo i primi passi, spinta soprattutto dalla pandemia e dalla riforma del processo penale voluta dall’ex ministra della Giustizia, Marta Cartabia (che sarà operativa dal 30 dicembre, dopo la proroga decisa dal nuovo Governo). Così, gli use cases a valle delle ricerche fatte dai borsisti di ER4Justice si muovono perlopiù nell’ambito della giustizia penale, con strumenti e innovazioni che resteranno a disposizione degli uffici. I ricercatori hanno seguito la duplicazione dei fascicoli cartacei del tribunale penale sul sistema documentale Tiap (trattamento informatico atti processuali) sviluppato dal ministero della Giustizia, e studiato le ricadute sul secondo grado. Inoltre, sono stati analizzati i rapporti con l’esterno dell’ufficio esecuzione penale. Non solo penale: i borsisti hanno anche riprogettato il lavoro degli uffici della volontaria giurisdizione, puntando sul potenziamento del sito internet e dei servizi da remoto per alleggerire la pressione sullo sportello.

L’intelligenza artificiale

In parallelo, il Laboratorio di intelligenza artificiale ha condotto un’indagine volta «a portare rapidamente alla conoscenza del giudice l’orientamento su determinate fattispecie -spiega Monica Palmirani, docente di informatica giuridica e coordinatrice del laboratorio – perché sovente, anche nello stesso ufficio, i percorsi decisionali divergono, e ciò mina la certezza del diritto». Un tema che si pone soprattutto per i reati su cui i giudici sono chiamati a decidere con più frequenza. «Abbiamo lavorato sui reati di micro-spaccio – prosegue Palmirani – e ora stiamo esaminando il Codice rosso. Analizziamo le decisioni con una metodologia di intelligenza artificiale ibrida, che prevede un dialogo costante tra uomo e macchina: gli elementi probabilistici sono integrati con le regole del diritto, per evitare soluzioni scorrette o non spiegabili».

«Quello che manca – osserva Palmirani – è la materia prima, ossia le sentenze. Soprattutto per le pronunce penali, piene di dati sensibili e giudiziari, manca una banca dati ampia e anonimizzata».